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Non conosco l’autore dello scritto “Il Nero d’Avola e le falsità alla BIT di Milano” apparso su ‘BlogSicilia-Siracusa’ nel feb. 2010. Di rimando mi interessa moltissimo che i lettori conoscano la storia del ‘Nero d’Avola’ non attraverso un frettoloso e scomposto annuncio, bensì attraverso le testimonianze di esperti enologi e i documenti storici esistenti.
  A dire il vero, questo compito spettava agli Amministratori della città di Avola; in presenza del loro silenzio ho pensato, bene o male che sia, di intervenire io pur non essendo avolese, né siciliano, né calabrese, né, pensa un po’, un enologo.
  Partiamo con la documentazione storica.
1733: il marchese d’Avola Diego Pignatelli Aragona Cortes, preoccupato per il progressivo impoverimento della coltivazione della canna da zucchero, emana un bando col quale vieta agli agricoltori avolesi di impiantare vigneti (Archivio di Stato di Napoli);
1747: la Deputazione di Avola rappresenta, in un manoscritto, che il valore dei vigneti siti nelle zone comunali ‘Fiumara’, ‘Zagaria’ e ‘Caggi’ era il doppio di tutti i rimanenti (Archivio di Stato di Palermo);
1774: del Nero d’Avola riferisce il fiorentino Domenico Sistini, bibliotecario del principe Biscari di Catania, definendolo “ottima qualità di vino” (R.Lentini, Le meraviglie del vino di Sicilia,1995, Palermo);
1781: Gabriele Castelli, principe di Torremuzza, nel suo testo “Sicilia numismatica”, riproduce la moneta della cittadina greca ‘Abolla’ (da cui origina, pare, l’odierno nome di Avola) che riproduce, su un lato, un succoso grappolo d’uva;
1802: lo storiografo e naturalista siracusano Saverio Landolina parla del Nero d’Avola come di un “vino di grande colore e profumo, viola, di ciliegia marasca” (Dell’antico vino Pollio siracusano…. Napoli).
  E qui mi fermo per non tediare i lettori con citazioni dello stesso tenore e anche perché è d’obbligo dire qualcosa di risolutivo sulla radice del nome ‘Nero d’Avola’.
  La versione più prossima alla realtà la illustra P. Fici, secondo cui il termine ‘calaulisi’ deriva da ‘cala-Avola’ annotando che, nel vernacolo locale, la ‘v’ di Avola si trasforma in ‘u’ (‘sugnu ri Aula’) e ‘cala’ in quanto trasposizione di ‘calea’, sinonimo siciliano di ‘racina’-uva- (G. Piccitto, Vocabolario siciliano, 1977. Catania); per un diffuso effetto di trasfigurazione, in definitiva, ‘calea-aulisi’ diventa ‘calaulisi’.
  La seconda tesi collega il termine con l’isola greca ‘Calauria’ col  significato di ‘uva calauris’, ovvero importata da quell’isola durante la colonizzazione ellenica.
  Una terza ipotesi, per molti la più suggestiva, fa risalire il nome alla congiunzione del termine ‘cala’ -questa volta assunto nel significato dialettale di infossamento: zona in cui veniva coltivato il vitigno- con ‘aulisi’.
  Infine: la distorsione del termine ‘calaulisi’ è autorevolmente spiegata da B. Pastena allorché, nel suo scritto “Vitigno Nero d’Avola o calabrese di Vittoria”, 1971. Palermo, esclude palesemente che si tratti di un vitigno della Calabria e afferma che esso “fa preciso riferimento ad una zona, Avola, di antica coltura vitivinicola, sufficientemente lontana dalla costa calabrese”.
Quanto riportato penso proprio basti a dimostrare che il Nero d’Avola è nato ed appartiene alla città di Avola. Se, poi, oggi, il vitigno non si coltiva più nel territorio del Comune, ma in quello di Pachino, di Vittoria e della Sicilia Occidentale, è ininfluente; il contrario sarebbe come volere sostenere che A. Camilleri, da decenni impiantatosi a Roma, non è di Porto Empedocle.

                                                                                                     L’autore
                                    (prof. Carmine Tedesco, in nome e per conto della PRO LOCO  di Avola)



NOTA:  Per eventuali approfondimenti, suggerisco di consultare l’agile e corposo libretto “Nero   d’Avola. Il vitigno dei più prestigiosi vini di Sicilia”, curato da C. Di Rosa e F. Gringeri  per conto della PRO LOCO, 1966.   

 
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