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Avola

 PAESAGGIO
Salendo sui monti, in cui sorgeva l’antica Ibla, poi Avola, cioè a 450 metri sul livello del mare, si ammira uno stupendo paesaggio, (che nulla ha da invidiare a quelli di Taormina e ai tanti paesi rivieraschi) il quale allarga i polmoni, allegra il cuore ricrea la vista. In fondo, verso sud-est, l’azzurro placido del mare che si confonde con l’immensa distesa del cielo, solcato qua e là da barche pescherecce e legni di piccolo e grosso cabotaggio, che, con le loro bianche vele, distese al leggiero zefir etto, sembrano solitari uccelli marini, più in qua, nella terra ferma, la cittadina, tutta bianca e pulita, i cui edifici, le cui case hanno l’aspetto di un grosso gregge pascolante; poi ovunque gradazioni di colori d’alberi, di piante, di fiori, che rendono il clima dolce e salubre , l’aria profumata e balsamica; a settentrione il nevoso Etna fumante; in fondo a destra di chi guarda, la città di Noto, la torre del Capo Passero o Pachino; a sinistra Siracusa. Oh, è una veduta veramente incantevole, cinematografica.

IDROGRAFIA

Il territorio è bagnato dal fiume Asinaro (il celebre  Assinarum degli antichi) a mezzogiorno e dal Cassibile a tramontana. Il Bianca faceva conoscere che da questi due fiumi non si traeva per l’irrigazione tutto quel vantaggio che si avrebbe potuto ove le acque fossero state innalzate e distribuite con opportuni acquedotti e congegni.
Principalmente il Cassibile, che aveva una portata di 12 zappe d’acqua non serviva allora che all’irrigazione di pochi ettari di terreno presso le foci dopo aver messo in moto quattro mulini9 di grano. Queste acque senza congegni di sollevamento, ove fossero state incanalate verso la base stessa della collina, avrebbero potuto condursi seguendo la naturale inclinazione del suolo, ad innaffiare molta parte dell’agro siracusano; e tal disegno era stato vagheggiato dal governo Borbonico, ma le vicende politiche arrestarono l’importante progetto che avrebbe reso giovamento all’agricoltura. Le acque del Cassibile che nascendo dal feudo Bauli percorre circa 25 chilometri, dal 1910 furono incanalate da una società industriale ed adibite per lo sviluppo dell’energia elettrica che serve a dar luce e forza motrice a molti comuni della Sicilia sud-orientale.
Tuttavia se il nostro territorio non ha gran copia di acque, non è troppo povero. Oltre i due suddetti fiumi, varie polle vi si trovano pure che scaturiscono qua e là nella pianura, tutte un tempo destinate alla coltivazione della canna da zucchero e oggi ad innaffiare orti e giardini. Ricordiamo la sorgente di Borgellusa che irrora una zona di giardino, la fontana detta del Ciaurello in riva al mare in contrada Fontane Bianche, la fontana a nord del paese, quella di Cava dei fossi, ed altri torrentelli, formati dagli scoli delle colline che vanno innocuamente a disperdere nel mare le loro acque, ed è assai raro che straripino nei punti di basso livello dagli alvei avendovi provveduto gli stessi riverani.
Le falde stesse delle colline e i fianchi delle valli offrono in qualche sito più di una scaturigine, fra le quali è degna di menzione quella di Carnevale o di Miranda (l’antico Erineo ricordato da Tucidite ed Orino da Tolomeo) che scorreva in una valle da dorso di una collina, ridotta quindi ad una larga fonte, ma che nei tempi antichi ha tradizione essere stata un grosso fiume che poscia il franamento del monte Gisina per il terremoto del 1693 in parte disperse. L’acqua di questa fonte di proprietà privata e della portata di 4 zappe era la più copiosa di tutte le altre. Essa , raccolta dapprima in apposita conserva, giovava a dar moto a 5 successivi mulini da grano, poi si adoperava per l’irrigazione dei giardini, locandosene l’uso a giornate per ogni settimana. E poiché la coltivazione degli agrumi si aveva in pregio e vi prosperava, come del resto oggi, e tutte le acque sopra indicate servendo anche agli ortaggi, non erano sufficienti allo scopo, si era ricorso anche a quelle dei pozzi elevandole coi bindoli di cui si fa uso in parecchi luoghi.
Oggi, e dal 1912, le acque di Miranda, delle quali era superba una meravigliosa cascata, sono state poste al servizio della popolazione avolese, con la conduttura idrica che è riuscita a risanare la salute pubblica con quell’acqua preziosa ed igienica, mentre prima si provvedeva con quella spesso inquinata dei pozzi. Non esistono sorgenti termali, né laghi, né terreni paludosi e acquitrinosi, né certamente possono meritare quest’ultimo nome alcuni ristagni di pochissima estensione in due o tre punti del litorale, prodotti dall’ostacolo frapposto dalle arene alla corrente di qualche rigagnolo o allo sbocco delle acque piovane.

     GEOLOGIA

Il più volte ricordato Giuseppe Bianca nella predetta monografia, dice: “Tutta la parte occidentale del territorio non è che un’obliqua catena di colline, il cui nocciolo è costituito da una roccia calcarea, bianchiccia e sonora di tessitura granulare, di mezzana durezza, disposta regolarmente a banchi orizzontali, appartenente al periodo pliocenico e disegnata dai geologi sotto nome di calcare ibleo. I terreni clismici moderni, che rivestono in parte questa roccia (giacchè molta porzione resta affatto denudata dalle acque piovane) riduconsi a poca terra vegetale mista al detrito del calcario stesso che le sta sotto. La pianura mediterranea qua e là leggermente ondulata, che dalla base di queste colline si distende sino al mare, sotto al breve strato di terra vegetale pertinente al periodo contemporaneo, e che varia di composizione e di spessezza quasi ad ogni passo ed è ordinariamente non più profondo di un piede (condizione di grande importanza è non potervisi mantenere l’umidità), presenta un sottosuolo di formazione pleistocenica, il quale viene costituito sino a grandi profondità e senza alcun ordine reale di successione da piccoli strati di ciottoli di varia natura, da ghiaia e sabbie calcari, da argille, da tufi calcarei e frattura farinosa, in qualche luogo da banchi di calcario grossiere, e di ordinariamente da una breccia di varia grossezza a tessitura compatto silicea collegata da un cemento quasi tanto duro quanto le pietre stesse, colle quali forma una massa solida e continua. Nella parte superiore di questa pianura, il solo tratto intermedio presenta qua e là qualche deposito cretaceo, mentre dal lato di tramontana è pietrosa in modo che ha fatto dare alla contrada in nome di Petrara, e quello della parte del mezzogiorno diversifica alquanto nella chimica composizione dei terreni, che sono bianchicci, di pasta friabilissima e poco collegata”.
“Poco dopo di Capo Negro (capu niuru) fra Avola e il Cassibile un breve promontorio dai fianchi precipiti s’inoltra sul mare. E’ la Grotta Perciata di Avola, così nominata, perché perforata da un grazioso arco naturale, ampio tanto da permettere il passaggio ad una barca a remi spiegati. Più piccolo, e non così elegante, come quello di Siracusa, è vero, giacchè  la sua volta è un po’ troppo depressa; si direbbe in architettura un arco scemo; tuttavia ha qualche pregio suo particolare. Cosparsa la soglia di massi e di rocce affioranti, l’arco di Siracusa non è transitabile in barca; al contrario, la Grotta Perciata di Avola ha il fondale ghiaioso e profondo tanto da permettere la navigazione alle barchette da diporto. E quanto dilettoso riesce il navigare lì sotto, ammirare il limpido fondo e le algose variopinte pareti, sulle quali senza posa s’inseguono le luci serpeggianti riflesse dalle eternamente irrequiete onde del mare.
E l’occhio si volge attorno e mira, sorprendente visione, lo spettacolo offerto da quelle rocce: son fogli di un libro composto dalla natura perché non è, no, metaforico parlare qui di un libro della natura. Pagine regolarmente addossantesi tra loro, qua perfettamente orizzontali, là inclinate verso il mare lievemente, oppure fortemente, si susseguono per un vasto tratto di quel litorale e discoprono all’occhio del geologo il segreto della loro nascita.
Erano già sorte dal mare in due o tre riprese, le alture iblee durante il miocene e le loro falde basse acquitrinose e spesso paludose ospitavano una boscaglia lacustre, allellatrice di cinghiali e cervi e ippopotami e rinoceronti e persino elefanti che vi trovavano alimento abbondante. Ma il basso litorale fin presso l’attuale isoipsa di cento metri era ancora un fondo di mare. Già dai colli, più bassi di almeno 100 metri, che non siano oggi, le acque portavano a valle i prodotti di erosione ed il Cassibile a nord e l’Asinaro a sud sfociavano colmando acquitrini e paludi fabbricandovi delta e inoltrandosi nel mare non prima di aver creato nuove paludi. Ed all’azione costruttiva delle acque terrestri seguiva quella distruttiva del mare. I materiali più grossolani si depositavano nei pressi immediati delle foci dei due fiumi, come constatarsi anche adesso; mentre le sabbie e le argille fini venivano trasportate e depositate più lungi dalle correnti marine.
Appunto il litorale della Grotta Perciata di Avola è costituito da sabbie grossolane sciolte, alternate a sabbie più fini debolmente cementate, tutte mirabilmente  stratificate  per lenta disposizione subacquea. Dalla vicina costa e dai prossimi fiumi
fluivano le sabbie al mare, che con sempiterna legge le disponeva nel suo fondo, granellino su granellino, componendo quel bel libro che oggi si ostende  al nostro occhio e che conserva fra le sue pagine qualche fossile di specie ancor oggi vivente.
Già l’uomo era apparso sulla terra e si diffondeva sovr’essa quando un rapido sollevamento (bradisismo ascendente) portò fuori dalle acque gli strati, che in senso ad esse si erano depositati; sollevamento placido in qualche punto, talmente che neanche la più piccola inclinazione fu subita dalle rocce, ineguale e violento in qualche altro, si che gli strati si inclinarono verso il mare debolmente o fortemente. Né può affermarsi che il sollevamento sia determinato, anzi dall’esame delle terrazze lambite dal mare, che includono qualche manufatto (terrecotte), sembra che la costa in quel punto si sollevi tutt’ora”.


FAUNA

Avola non ha specialità di animali; le classi più largamente rappresentate sono quelle degli equini, bovini, ovini e suini, gallinacei, colombacei e qualche pavone, conigli. Nei campi sono innumerevoli e svariate le specie di uccelli, farfalle, insetti, striscianti, saltanti, erbivori. In rapporto alla pesca i prodotti principali sono:
il tonno, per cui esiste una tonnara importante nella borgata Marina, il pesce spada, il palamido, l’alalunga, il merluzzo, il lupo di mare, la cernia, il dentice, la cipollazza, gli scrofani, l’intracina, l’aquila, il sarago, l’aringo, l’occhiata, i latterini (mucco), la sardella, le ope, le seppie, le aragoste, i ricci di mare, ecc.
Prodotti delle acque dolci sono : le anguille, le trote, le tencie. La caccia dà: conigli, lepri, volpi, quaglie, tortore, pernici, beccacce.


FLORA

La flora del territorio avolese fu ampiamente collezionata e descritta dall’insigne scienziato Giuseppe Bianca nelle sua Memorie sulla flora del territorio avolese comunicate dall’Accademia Gioenia di Catania, di cui fece parte, e pubblicata negli atti della stessa, per cui ci dispensiamo di dirne largamente anche perché sarebbe troppo lunga cosa trattarne in una monografia che ha carattere di modesta guida.
Certo che la flora avolese è abbastanza ricca di piante arboree ed erbacee, alcune delle quali rarissime e pregiate e una anche di nuova scoperta che porta il nome nel campo scientifico dell’insigne Bianca che fu il primo a segnalarne la presenza. Il Nicotra ricorda tra le erbe rare di Avola la Urtica Rupestris, la Scutellaris Gussonii.
Le vegetazioni arboree ed erbacce più diffuse nel comune sono:
il mandorlo, l’ulivo, il carrubo, la vite, il limone, il grano, il lino, la canape, le fave , i ceci; non esistono boschi come ne esisteva qualcuno prima del terremoto del 1693 perché parte del paese  attuale fu fabbricata sul cosidetto Cianu Voscu  (Piano del Renzo); nel secolo scorso, specialmente sul finire del secolo XIX, gli avolesi allettati dal maggior lucro del mandorlo, andarono gradatamente abbattendo gli ultrasecolari ulivi, alcuni dei quali rimontavano all’epoca della dominazione saracenica. Non esistono prati artificiali e si calcola una annuale produzione di 4000 quintali di foraggi, 1000 quintali di cereali, 150.000 ettolitri di vino, due milioni di casse agrumi, 50.000 quintali di carrubbe, 25.000 quintali di olio, 50.000 salme di mandorle. Non mancano altri alberi da frutto come: nespoli, peschi, prugni, peri, lazzeruoli, melograni, albicocchi, pistacchi, gelsi, fichi, nespoli giapponi; come altres’ le piante da ortaggio e da granaglie nonché i fichi d’India. Un tempo era molto prospera la cultura della canna da zucchero ed Avola possedeva vari stabilimenti che provvedevano mezzo regno del dolce produttivo; ma l’introduzione dello zucchero americano fece venir meno la volontà di piantare le canne predette.

CLIMATOLOGIA


Per la posizione di Avola in aperta pianura e presso il mare lo stato atmosferico è variabilissimo. L’inverno non vi è né molto rigido né lungo, aprendovisi primavere con ogni sorta di fiori in marzo e talvolta anche in febbraio. I caldi dell’estate sono lunghissimi da maggio ad ottobre, e piuttosto assai sensibili che temperati. Se non che sull’ujna e l’altra stagione molto influisce lo stato anemometrico, essendo assai freddi i giorni invernali, quando tirano i venti di N-W, di N. e di N.E, e provandosi in estate un calore bruciante, se soffia il vento di Ovest, che ritiensi come un turbine africano, il quale viene a rompersi in Sicilia ed è fortuna che non succede tutti gli anni. E’ notabile l’arsura che allora ne succede in tutti i vegetali e specialmente sulle uve, verificandosi d’ordinario da giugno ad agosto. Anche il vento caliginoso di S-E fa vedersi non di rado in autunno, umido e pesante ad annoiare gli uomini, far ribollire i mosti e nuocere alla nascente vegetazione erbacea. Il vento poi di N-W quando suol essere mite e propizio al tempo della maturazione delle biade, altrettanto qualche volta, sull’avvicinarsi di primavera o in autunno spira talmente furioso con forza così crescente e irresistibile da seminare la devastazione e lo squallore per le campagne sventrando e atterrando alberi, opera di lunghe fatiche e spargendone a terra i frutti, oggetto delle più care speranze dei poveri agricoltori. Nè meno pernicioso suole trovarsi in primavera quello di Est, designato dai nostri agricoltori sotto la denominazione di Livanti Siccu, appunto perché tira sempre senza alcun accompagnamento di pioggia. Il soffio di esso attraversando il mare e deponendo sui vegetali le esalazioni saline di cui si carica, brucia non solo le biade e le vigne vicine a fiorire, ma benanco le tenere velte dei mandorli e degli ulivi, compromettendone i frutti attuali e le fruttificazione a venire. La pioggia si verifica in inverno più facilmente sotto il predominio dei venti S-E, e di N-E. Col vento libeccio non si hanno che qualche fuggitivo acquazzone o leggerissime interrotte spruzzaglie. Dopo febbraio diviene assai rada, e se ne ha quasi sempre penuria negli ultimi giorni di primavera, circostanza che rende più intensa l’azione disseccativa del sole estivo. In estate e sino al tardi autunno è cosa straordinaria che piova. Nembi e tempeste non si hanno che di breve durata. E’ fenomeno rarissimo che cada neve; e se qualche volta se ne vedono sparsamente per l’aria discendere dei fiocchi, questi appena hanno toccato terra si liquefanno e spariscono. Anche molto rada è la caduta della grandine. La nebbia non vi ha dominio; essa fa vedersi qualche rara volta nelle ore mattutine sul versante delle colline ed anche sul piano , principalmente in maggio, accompagnata dal vento S-E, e da grosse rade gocce di pioggia (chiamate dal volgo Zicchi ri Maju) che macchiano le foglie di polvere rossastra; e riesce allora di molto nocumento all’allegagione dei miglioli dell’olivo e dei fiori della vite, i quali per l’umidità, che essa vi lascia sopra e pei forti raggi solari che bruscamente li colpiscono, cadono vizzi e scottati senza punto atterrire. Le brine avvengono qualche volta in febbraio e nuocciono alla fruttificazione del mandorlo; più di frequente  sullo scorcio di marzo ed ai primi giorni di aprile, ed è allora la vigna che più ne soffre essendo sul punto di germogliare. L’aria, per l’immensa quantità che ne copre la superficie vi è salubre, tranne nelle vicinanze dei mentovati due fiumi. Nel passaggio da una stagione all’altra si alternano brusche e repentine le mutazioni termometriche, e la salute degli abitanti ordinariamente ne soffre, e qualche volta se ne risentono gli stessi vegetali.
Clima saluberrimo si gode nei luoghi dove un tempo sorgeva l’antica città per cui Francesco Di Maria scrisse che i cittadini erano di robusta complessione. Non era raro il caso di longevità e mi è accaduto di riscontrare nei registri dei morti, di alcuni decessi avvenuti oltre il secolo. Sui colli iblei va sorgendo un villaggio per l’abitazione estiva dopo la soppressione del romitaggio che vi esisteva ed è sperabile che vi si crei una stazione climatica.     

Trascritto integralmente dal libro di Gaetano Gubernale edizione Proloco Avola

 
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